Il vero carnefice: dalla gogna alla fragilità


25 Gennaio 2024
di Redazione

di Giulia Fazzi, psicologa e psicoterapeuta

Si dice che la gogna mediatica abbia ucciso, ancora una volta, una persona. Morta suicida a seguito di indagini su un post pubblicato sui social. Nel giro di pochi giorni, Giovanna Pedretti è passata dall’essere un modello di comportamento a essere smascherata e accusata in modo ingiurioso di inautenticità e truffa. Si concentra l’attenzione sull’onda crudele dell’odio fatta di milioni di voci denigratorie e la si incolpa di aver travolto e condotto una donna a un gesto così estremo.

Vero tutto. L’odio pungola un bisogno umano fondamentale, sgretola lentamente i sistemi di sicurezza e mette l’essere umano, strutturato per stare in relazione, nelle condizioni di sentirsi escluso ed emarginato. Solo e fragile, dunque.

L’altra onda, quella della fragilità, è fatta da un esercito di persone che, alla ricerca di una prova di valore nel e per il mondo, si avventurano nel virtuale, spesso sprovviste di adeguati “strumenti di difesa”.

Come l’esercito di persone di cui faceva parte, anche Giovanna ha sentito probabilmente la necessità di costruire in modo fittizio attraverso i social un’immagine di sé positiva che per qualche ragione non è stata strutturata o nutrita nel suo contesto relazionale fisico e prossimo.

La riflessione ci porta ad una criticità evidente: la fonte dell’approvazione e del valore personale si è tragicamente spostata dalla dimensione autentica della prossimità e dell’introspezione alla più instabile ed effimera della rete. Ed è plausibile che la finzione di sé aggiunta alla ricerca di una approvazione credibile e stabile da parte di una rete naturalmente altalenante non possa che produrre grande incertezza e precarietà.

Giovanna inoltre è stata certamente una vittima, ma è fondamentale focalizzare il vero carnefice. La gogna è deplorevole soprattutto per il fatto che non tiene conto delle persone che colpisce e del loro contesto che, come nel caso della Pedretti, si è rivelato piuttosto sgualcito e segnato da perdite drammatiche. Sono la fragilità personale e la solitudine in larga misura e in ultima analisi a decretare la vera tragicità di taluni esiti.

Allora ecco che occorre puntare l’attenzione e concentrare gli sforzi sulla cura dei contesti di rete e sulle individualità a monte. Occorre lavorare sulla scoperta e costruzione di relazioni sane e supportive che siano in grado di nutrire il bisogno di consenso e valore. Occorre rinforzare la ricerca di significato e la protezione nella prossimità delle nostre relazioni, che rimane il vero ed unico strumento di difesa anche da situazioni terribili come l’odio dei social. 

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