I paradossi dell'industria musicale


28 Febbraio 2024
di Michele Boroni

Il mercato discografico è stato uno dei primi, a fine anni '90, a subire pesantemente la new economy digitale. Tra muro contro muro dei discografici che non volevano accettare l'innovazione tecnologica della musica liquida (mp3) e crescita del peer2peer e del downloading selvaggio (Napster & co), il comparto della discografia ha vissuto quasi tre lustri di crisi profonda. Da qualche anno, con le piattaforme di streaming e un nuovo business model basato sull'accesso, l'industria musicale ha ripreso a crescere con una filiera piuttosto consolidata.

Lo streaming permette a tutti i players di guadagnare, i concerti live assicurano agli artisti di compensare l'assenza delle vendite dei dischi fisici e poi si è aggiunto il mercato dei diritti dello sfruttamento dei cataloghi, un nuovo asset a cui sono interessati vari fondi di investimento. Tuttavia, se si guarda in profondità, dietro a questo apparente equilibrio ci sono delle criticità.

Le major discografiche (Universal, Sony Music, Warner) hanno ripreso a licenziare i propri dipendenti: le cause sono tante e incontrollabili e spesso hanno a che fare con i social media più di intrattenimento - TikTok su tutti – e il fatto che quest'ultimo sia diventato il principale canale di fruizione musicale della Gen Z: recentemente Universal ha ritirato le canzoni su cui detiene i diritti dal social cinese a causa delle condizioni economiche insoddisfacenti. Nello stesso tempo le major hanno anche a che fare con cattivi investimenti sulle proprietà multimediali, come ad esempio canali tematici televisivi o digitale in un settore altamente dinamico.

Dall'altra parte anche le piattaforme di streaming come la leader svedese Spotify, con 600 milioni di utenti in crescita e una quota di mercato del 30%, non riescono ad avere guadagni solidi dallo streaming: gli investimenti sulla produzione di podcast si sono rivelati meno redditizi del previsto e poi lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale in mano a società pirata falsa il numero degli streaming e creano canzoni generate dell'AI e che “suonano” come quelle di cantanti celebri.

Tra tutte queste criticità si fanno sempre più strada alcuni artisti che intraprendono nuove strade, anche imprenditoriali, in un business in continua transizione. Come ad esempio Taylor Swift che è stata recentemente nominata dalla testata dell'industria musicale Billboard come la personalità manageriale più potente del settore. Oltre alle vendite dei suoi dischi e i continui sold out dei suoi concerti in tutto il mondo (a giugno due serate allo stadio San Siro esaurite in poche ore), il suo apporto fondamentale è stato nel campo delle cosiddette edizioni. Dopo che il suo ex manager Scooter Braun acquistò i master originali - e quindi il copyright – dei suoi primi sei album vendendoli poi a una società di investimento, la Swift ebbe la brillante idea di registrare nuovamente gli stessi album, aggiungendo arrangiamenti diversi e con bonus track, per poter tornare in possesso dei diritti. Dischi che peraltro nella loro riedizione hanno avuto ancora più successo di quando uscirono in originale.

Insomma, un mercato fortemente dinamico caratterizzato da mille paradossi e contraddizioni che vale la pena tenere sott'occhio.

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