Fare impresa nell'Antropocene, fra tecnologia e istanze ambientali e sociali

Roberto Marchesini
7 Febbraio 2024
di Roberto Marchesini*

Il tema della sostenibilità sociale e ambientale applicato in ogni forma d'impresa è ormai saldamente al centro dell'interesse e della sensibilità delle persone, plasmando le politiche di sviluppo, gli orientamenti nelle scelte, le richieste del mercato. I problemi legati al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alla riduzione dei beni essenziali, all'allargamento delle disparità sociali e alle problematiche tra Nord e Sud del mondo stanno sempre di più entrando a far parte della sensibilità delle persone, uscendo da quella marginalizzazione di nicchia, ancora in essere negli ultimi decenni del Novecento. Questa metamorfosi valoriale, che si è già radicata nel sentire collettivo e negli organi di rappresentanza istituzionale, in particolare nell'Unione Europea, coinvolge tutti gli operatori di mercato. In tal senso, l'impresa sta vivendo, non sempre convenientemente preparata, questa crisi di passaggio: la fine di un mondo in cui la natura era considerata una "cheap thing", per riprendere le parole che Jason Moore usa per indicare non solo il suo essere a buon mercato, ma altresì banalizzata (The Rise of Cheap Nature, 2016). Presto l'impresa non sarà più vista come un'entità enucleata dalla rete di relazioni con le sistemiche globali, esclusivamente autorivolta a raggiungere i comunque necessari obiettivi economici, bensì come un soggetto protagonista d'impatto socio-ecologico.

I due termini - sociale ed ecologico - possono apparire distinti e per certi versi lo sono, ma non dobbiamo mai dimenticare il legame profondo tra le condizioni prodotte dalle necessarie istanze di richiesta di lavoro e le ricadute ambientali e viceversa, considerato il fatto che a sopportare il maggior peso dell'alterazione ambientale sono proprio le persone più fragili da un punto di vista di vulnerabilità, deficit, povertà. E' indubbio che sempre di più si svilupperanno tendenze di consumerismo orientato all'impatto socio-ecologico, com'è plausibile ipotizzare tenendo conto dell'accresciuta sensibilità delle giovani generazioni e del peggioramento delle condizioni nel prossimo futuro. Ignorare i cambiamenti culturali che si stanno diffondendo sarebbe un imperdonabile errore strategico, avendo presente che non si tratta di una moda passeggera, ma di una trasformazione epocale, alimentata da fenomeni che saranno sempre più acuti e gravosi sulle spalle delle comunità. L'impresa che sarà in grado di rivedere criticamente le filiere delle proprie attività, individuando i punti di problematicità,  ponendovi rimedio e mettendo in luce i propri virtuosismi valorizzandoli e comunicandoli, avrà sicuramente le migliori chances posizionali sul mercato.

E' il contesto in cui si opera che si sta avviando a un repentino mutamento. Da un punto di vista di ciò che potremmo definire lo Zeitgeist del XXI secolo, non deve sorprendere il cambiamento del clima culturale, nel senso più ampio del termine, rispetto alla visione irenica di progresso inarrestabile che si respirava nel secolo precedente, pur con tutte le difficoltà e le contraddizioni presenti. Del resto, anche la sensibilità ecologica ha vissuto una radicale trasformazione rispetto all'ambientalismo conservatorista del ventennio '60-'70. Se riprendiamo gli studi del Club di Roma, fondato nel 1968 da Aurelio Peccei, notiamo un'attenzione prevalentemente rivolta ai limiti dello sviluppo più che ai problemi di omeodinamica planetaria. In altre circostanze appariva più una bizzarria per pochi eletti o per figli dei fiori, un nostalgico ritorno al ruralismo o alle poetiche di Thoreau, una critica radicale alla società dei consumi come in Pasolini, più che un'urgenza quale oggi si presenta agli occhi della comunità scientifica, ancor prima che alla pubblica opinione. 

Eppure è proprio in questo ventennio che vengono pubblicati i testi più significativi di denuncia contro la distruzione ambientale, come Silent Spring di Rachel Carson (1962) e Man's Responsability for Nature di John Passmore  (1974). Tuttavia, mancava un'analisi sistemica ed "evidence based" del problema, giacché anche importanti economisti, come il premio Nobel Amartya Sen, mettevano in discussione il Rapporto Meadows (1972) sui limiti dello sviluppo, per quanto apparentemente suffragato dalla crisi petrolifera del 1973. Il terreno, comunque, sembrava ormai essere pronto per un grande movimento di opinione. Questo si svilupperà nel decennio successivo. Gli anni '80 hanno visto prevalere una sorta di romanticismo ecologico, con tratti tecnofobici o addirittura neoluddisti, spiritualeggiante e irrazionale. Dopo il disastro nucleare di Cernobyl' dell'aprile del 1986, il movimento ambientalista sembra concentrarsi quasi esclusivamente sul rifiuto a-priori dell'utilizzo di questa fonte energetica, latitando su una vera proposta alternativa. Sul finire del millennio, però, con lo sviluppo sempre crescente delle tecnologie informatiche, assistiamo a una trasformazione radicale dell'ambientalismo, che si allontana dalla cultura del "no, grazie" e dalle coloriture New Age per diventare terreno di discussione della comunità scientifica.

In altre parole, prende corpo una visione ecologica non più estemporanea e irrazionale, distanziandosi dalla demagogia delle frasi fatte e degli argomenti presi a campione, per rientrare più razionalmente all'interno del canone scientifico e avvalendosi delle tecnologie. Il quadro generale con cui si esaminano le questioni d'impatto socio-ecologico è, perciò, mutato. Si assiste a un'impostazione maggiormente pragmatica e programmatica, basata su evidenze e metodologie di monitoraggio e simulazione degli andamenti molto più fondati, anche grazie alla modellizzazione digitale. E soprattutto ci si rende conto che, di fronte a problemi così imponenti e sistemici, non è più possibile affidarsi alla mera sensibilità, al ritorno a Walden, al conservazionismo, ma è necessario individuare nuove tecnologie in grado di dimostrarsi più efficienti, meno energivore e di minor impatto ambientale, accelerando il progresso scientifico. Se l'ambientalismo del secolo scorso rischiava spesso di cadere nella tecnofobia e in atteggiamenti perlomeno freddi nei confronti della scienza, oggi possiamo dire che l'approccio è totalmente cambiato, al punto tale da costringere gli scettici su posizioni irrazionali, demagogiche e distanti dalle affermazioni della comunità scientifica. 

Questo, inoltre, significa che la valutazione d'impatto diventa una questione che coinvolge tutti gli operatori socio-economici, nella consapevolezza che l'azione umana sia chiamata in causa in ogni prospetto e a tal punto nelle dinamiche del pianeta da giustificare il termine di Antropocene, per indicare l'avvento di una nuova era connotata in modo prevalente, seppur non esclusivo, dall'attività umana. Non esistono aree ecologicamente disgiunte, fattori che incidono su singoli comparti di polluzione, ma dinamiche sistemiche interrelate e integrate tra loro, per cui qualunque fattore che incida sul riscaldamento globale - per fare l'esempio che tutti conoscono - ha ricadute sulla biodiversità, sul dissesto idro-geologico, sull'epidemiologia, sull'incidenza di alcune patologie degenerative o neoplastiche, sui processi di erosione costiera e desertificazione di ampie aree del pianeta, sui flussi migratori, sulla qualità della vita. L'ecologia ha sempre effetti globali e locali, non si può più perciò ragionare su dicotomie di questo tipo. Ad esempio, gli effetti di desertificazione in molte aree della Terra inevitabilmente provocheranno tensioni tra le popolazioni. Allo stesso modo l'allentamento della biodiversità locale accrescerà il flusso di animali alloctoni rendendo molto più a rischio le condizioni epidemiologiche. Ogni attività umana - e quindi ogni impresa - è inserita all'interno di questa rete attraverso la propria filiera di produzione.

Arriviamo, pertanto, al tema del fare impresa nell'Antropocene. In data 16 dicembre 2022 è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea la direttiva UE 2022/2464 che prende in considerazione gli obblighi - con decorrenza dal 2024 - cui le imprese saranno chiamate, in termini di rendicontazione di sostenibilità. La redazione di un Bilancio di Sostenibilità da parte delle imprese riguarda una lista d'indicatori che comprendono tre aree: economico, sociale e ambientale. Ogni nuova normativa, di certo, richiede uno sforzo di ridefinizione di prassi e può apparire come un ulteriore fardello che le imprese dovranno assumersi nel prossimo futuro. Ma esistono parallelamente vantaggi non indifferenti e non solo in termini di "green reputation", ma anche di sviluppo di nuovi mercati, di efficientamento dei processi, di crescita nella prevenzione e nella gestione del rischio nonché, non ultimo, di maggiori opportunità di finanziamento e di tassi agevolati. Per tale motivo, penso che una revisione delle proprie filiere non debba essere vista in termini negativi, ma come un’occasione per ridiscutere alcune prassi, una trasformazione che può condurre a una ricalibratura dei processi anche in termini di risparmio energetico. L'importanza della questione energetica non deve essere infatti sottovalutata. Non dobbiamo credere che si tratti di un problema riferibile solo all'attuale situazione bellica. La questione energetica sarà sempre più al centro del dibattito. Concludendo, voglio ricordare che, come avvenuto nella stesura del Bilancio Sociale, messo a punto da molte imprese a partire dagli anni '90, una riflessione sull'etica d'impresa ha sempre ricadute su tutti gli stakeholder, in termini di coinvolgimento, dagli investitori, ai collaboratori e ai clienti. Specie in in quest’epoca dove è forte la ricerca del purpose e dove il pubblico seleziona un’impresa sulla base della sua Identità e dei suoi Valori. 

*Etologo e filosofo, autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo delle scienze cognitive, dell’etologia filosofica e della zooantropologia. Direttore della rivista Animal Studies, della Siua (Scuola d’Interazione Uomo Animale) e del Centro Studi di Filosofia Postumanista

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