Gestire una startup e portarla al successo è come “correre una maratona che si ripete ogni sei mesi”, quando bisogna affrontare problemi finanziari, di mercato “ma anche ‘luxury problems’: hai ricevuto un finanziamento ma hai l’impegno di raddoppiare le revenues o assumere 100 persone”. A svelare il lato nascosto del mondo delle startup è Jacopo Piana, fondatore e CEO di Quick Algorithm, startup deeptech che aiuta le aziende industriali a migliorare efficienza energetica e produttività monitorando e analizzando i dati provenienti da macchinari, edifici e infrastrutture attraverso sensori IoT e Intelligenza Artificiale. 

Classe 1986, Jacopo Piana vanta un percorso formativo di altissimo livello. Si è specializzato nell’analisi dei dati in ambito finanziario e in Intelligenza Artificiale, formandosi in prestigiose università italiane ed estere, fra cui l’Università Bocconi e l’Università di Ginevra. Piana è anche Professore a contratto in Metodi Quantitativi presso la stessa Università di Ginevra. Oggi, Piana presidia personalmente le attività necessarie a sostenere la crescita dell’azienda, incluso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale alla base delle soluzioni proposte da Quick Algorithm. Il suo obiettivo è giustamente ambizioso: posizionare la società in un ruolo di leadership nell’ambito della tecnologia dei dati e aiutare le aziende di tutto il mondo a beneficiare del suo potenziale. 

Esploriamo la parte sommersa dell'iceberg: dall'idea, alla start up ben avviata, quanto lavoro serve?

Ci sono tante complessità da gestire per creare qualcosa di nuovo: tecniche, commerciali, di mercato. Start up è una modalità di lavorare, non è tanto fare qualcosa di nuovo. Sicuramente vi è innovazione di processo, di prodotto e commerciale, ma sempre in condizioni di grande incertezza. La falsa credenza è che sia tutto divertimento e lo noto spesso quando le aziende più grandi incontrano le startup. Pensano siano realtà gioconde, invece richiedono uno sforzo immane che include anche tanta ansia e continue difficoltà da superare. Spesso il nostro lavoro viene interpretato come uno sforzo di breve periodo, ma non lo è. Siamo associati ai velocisti che corrono i 100 metri, in realtà siamo dei maratoneti che ogni sei mesi devono sfondare il muro dei 30 chilometri.

Con il tuo curriculum, dopo l’università, in breve tempo avresti potuto raggiungere posizioni apicali in molte aziende. Perché prenderti il rischio di fondare una startup?

Appartengo a quella categoria di persone a cui non piacciono le scelte facili. Ho sempre scelto strade poco battute. La ricerca scientifica e l’analisi dei dati mi hanno sempre affascinato. Dopo quasi cinque anni di dottorato tra Londra e gli Stati Uniti, ho cominciato a desiderare qualcosa di diverso e sono perciò uscito dall’ambiente accademico per dedicarmi all’applicazione degli algoritmi finanziari in ambito industriale, perchè così avrebbero avuto un impatto più significativo. L’intelligenza artificiale porterà la quinta rivoluzione industriale, dando l’avvio a trasformazioni radicali dal punto di vista industriale e produttivo.  

Però per far crescere una start up non bastano le competenze tecniche…

Vero. Le competenze tecniche legate all’idea di business non sono sufficienti. Centrale è il funding. In geografie come la California è diverso rispetto all’Italia, per molti aspetti è più semplice. Dipende anche dalla fase in cui si trova l’azienda. All’inizio il seed viene fatto da angel investors che investono sull’idea e credono nel team dei fondatori, poi, man mano che l’azienda si consolida diventano più importanti il piano strategico e i KPI. 

Esattamente, cosa fa Quick Algorithm?

Il nostro obiettivo è aiutare le aziende a diventare più data driven, che vuol dire utilizzare i dati al meglio per essere più efficienti dal punto di vista energetico e produttivo. Abbiamo creato una soluzione tecnologica, chiamata Scops.ai, che permette di fare un check-up di salute dei macchinari e degli impianti industriali. Consideriamo che ogni anno, le aziende perdono il 10% in media del loro fatturato per fermi di produzione, ovvero 26 ore al mese di fermo produttivo perché qualche macchina si guasta. Una enormità, che toglie risorse a cascata su progetti di sviluppo, posti di lavoro e, in generale, opportunità di crescita.

Foto per gentile concessione di Quick Algorithm

Nonostante alcuni progressi, la leadership femminile nel settore delle startup e del venture capital rimane scarsamente rappresentata. Una soluzione promettente è quella di creare alleanze tra uomini e donne, sfruttando la complementarietà delle loro specificità di genere.

La complementarietà tra uomini e donne nasce dalle differenze biologiche, psicologiche e sociali che caratterizzano ciascun genere. Queste differenze possono portare a diverse prospettive e approcci nella risoluzione dei problemi, nella creatività e nelle relazioni interpersonali.

Questa collaborazione può favorire decisioni più equilibrate e innovative, portando a un ambiente di lavoro più inclusivo e a una crescita economica sostenibile. Insieme, uomini e donne possono superare le barriere tradizionali e trasformare il mondo startup e del venture capital, promuovendo equità e crescita reciproca.

Su agenda digitale "Donne e startup: il lungo cammino verso equità di finanziamento e supporto", Paolo Anselmi Presidente IBAN (Italian Business Angels Network) e Mariarosa Trolese Comitato Direttivo IBAN puntano il dito su una questione ancora sotto i riflettori: la mancanza di donne nel mondo della finanza.

Licenza immagine: Unsplash

Finalmente, credo di essere riuscita, per la prima volta in assoluto, a seguire il suggerimento di Silvia Kaster, figura ormai nota ai miei lettori, ombra di questo progetto editoriale e salvatrice dei miei articoli. 

“Sii breve, mi raccomando, una pennellata”, queste sono le parole che risuonano nelle mie orecchie e mi chiedo quanto vadano d’accordo con la mia logorrea non diagnosticata. Devo ammetterlo, questa per me è certamente una sfida. Ma questa volta ce l’ho fatta, in fondo si tratta di catturare l'essenza e l'emozione del momento piuttosto che tracciare ogni dettaglio minuzioso, proprio come le pennellate rapide e decise degli impressionisti. 

Dopo questa premessa, ritorno al mio ultimo articolo, che mi ha fatto capire come cominciassi a legare alcune emozioni ai miei scritti. E le emozioni, di fronte ad un cambio di passo, possono variare, dalla paura e l’incertezza per l'ignoto, alla speranza e all'eccitazione per nuove opportunità. A questo proposito, la parola pivot casca a fagiuolo. Pivot è quel modo di dire che indica un cambiamento radicale, una svolta rispetto a un'idea inizialmente molto convincente e sulla quale si erano prese decisioni importanti e spesso investito molto budget. 

Sembra che Vinted fosse sul punto di chiudere e che il fondatore, con gli ultimi fondi disponibili, avesse lanciato una campagna per il mercato francese, spostando l'attenzione da quello tedesco, su cui si erano concentrati fino a quel momento. Ecco un esempio di pivot, fatto all’ultimo momento! Talvolta abbiamo questo tipo di sensazioni anche rispetto ai progetti, soprattutto quelli che ci hanno più motivato, fino ad un certo punto. Ma fare pivot è un momento di crescita, non di rinuncia. 

Credo di essere anche io in una fase di pivot del mio percorso di newsletter e articoli e non so che direzione potrebbe prendere esattamente, anche se ho qualche idea. Penso anche che sia necessario fare un pivot su alcuni concetti sociali dati per scontati, come ad esempio quelli contenuti in questo libro che sto leggendo Tutto sull’amore di bell hooks, che consiglio. 

Guardare la copertina di questo libro mi ricorda che l’altro giorno ho rimesso in discussione la mia amicizia con chi me l’ha regalato. Forse il concetto di pivot si applica anche ai rapporti personali, ricordandomi come nelle startup questi cambiamenti siano spesso caratterizzati da una forte carica emotiva. E la delusione è inevitabile.

Ma si spera che si tratti di quella delusione di quando si lascia una strada, ormai troppo battuta, per dirigersi verso nuovi orizzonti. Anche se all'inizio il percorso può sembrare faticoso e poco invitante, ci offre comunque la possibilità di diventare finalmente più liberi.

With love,

S.M.

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Il momento della newsletter si avvicina sempre con passo non troppo felpato e quindi eccomi qui a pensare a che cosa raccontarvi oggi.

Il mio pensiero oggi va ad una questione tanto di genere quanto di “gente”. Vorrei parlare dell’ANSIA. Che per la forza con la quale si presenta sempre ai nostri occhi, mi sembra appropriato descrivere con lettere maiuscole. 

L’ansia è uno stato, credo. Dico credo perchè non sono un’esperta, in questo servono sempre le consulenze telefoniche della mia amica psicologa, Laura. Che ti spiega ciò che tu ti affanni a descrivere con mille parole, in due secondi e in modo molto chiaro. In ogni caso, mi sembra di avere compreso che l’ansia sia uno stato nel quale ci si ritrova quando c’è qualcosa di ingestibile da gestire. Ingestibile per il nostro livello di gestione dell’ansia in quel dato momento, si intende. Quello che mi interessa qui è la dimensione sociale dell’ansia. Marty in uno dei manuali sull’Adaptive Leadership scriveva (insieme al suo co-autore Ronald Heifetz, che non ho mai conosciuto ma che mi sembra un tipo simpatico) che “l’ansia ha una funzione sociale spesso mal compresa”. 

Per fare esempi di cose che in un dato momento mi generavano ansia e più tardi no, mi ricordo l’ingresso in tangenziale con mia madre in macchina, nel quale rischiavo la vita ogni volta e molti altri episodi connessi al senso di orientamento. 

Nelle note per questa Newsletter ho segnato “scrivere che non avevo il coraggio”. Cosa significa, ancora non lo so. Ma con questo devo fare i conti.

Per una realtà che si costruisce, come una startup, ci sono due momenti principali: uno è quello della costruzione, dove il modo migliore è quello di ridurre il livello di ansia sociale creando un ambiente che riesca a contenere, per permettere questo lavoro tanto complesso. Il secondo è il momento nel quale invece è opportuno abbassare queste barriere e guardare dritto negli occhi quegli elementi che aumentano il livello di ansia del gruppo. Che cosa non vogliamo vedere? Di che cosa dobbiamo prendere consapevolezza? E a volte, in questo momento, si possono prendere scelte come quella di girare pagina. A me è successo.

Ecco, a proposito di scelta, visto che le Elezioni Europee si avvicinano, oltre che chiedere a mia sorella che voti al consolato Svizzero, oltre che recuperare la mia tessera elettorale non so in quale cassetto a Padova, sarebbe bello se i politici eletti facessero i conti con la loro personale ansia, in modo da non proiettarla come “polvere di stelle” intorno a sé. Sarebbe bello se fosse riconosciuta questa funzione sociale del riconoscimento della propria fragilità, comprensione di quella altrui e contenimento di quella sociale. C’è davvero una necessità da parte di quest’ansia di lasciarsi nominare, perché è una dimensione che ci muove, sebbene ne abbiamo spesso un’enorme paura e quindi la nascondiamo dappertutto, lasciandole solo in questo modo prendere dimensioni notevoli. 

Non è questa la funzione sociale dell’ansia troppo mal compresa di cui parla Marty?

*Scaleup consultant, esperta di venture capital, innovazione e leadership 

Nel panorama delle startup italiane, una nuova realtà si sta facendo strada come la prima ad occuparsi di management nel settore legale. Sara Catapano CEO e Founder di iaia, spiega a Kindanews – La voce dei leader l’importanza di affrontare il cambiamento, da un punto di vista relazionale.

“Le startup, per loro natura, nascono spesso da piccole reti di conoscenze, amici, ex colleghi o contatti professionali. Questo modello relazionale che definisco “storico” rappresenta il punto di partenza per molte giovani imprese: una base solida di relazioni fidate e consolidate che fornisce il terreno fertile per l’idea imprenditoriale iniziale. Tuttavia, per evolvere e prosperare nel tempo, una startup deve trasformare questo modello iniziale in un modello relazionale “prospettico”, aprendosi a nuove connessioni e contaminandosi con idee e persone diverse”.

Fiducia, sicurezza, comunicazione efficace, supporto emotivo sono sicuramente dei validi alleati per superare le sfide iniziali ma limitarsi al solo modello relazionale storico può diventare un ostacolo alla crescita. Le startup devono affrontare la necessità di espandere la propria rete per accedere a nuove risorse, conoscenze e opportunità.

“La fase in cui si trova iaia oggi è proprio questa, una fase di transizione che deve necessariamente aprire le porte a nuove relazioni e influenze esterne, essenziali per il successo a lungo termine”. 

Le parole chiave per una visione prospettica sono espansione del network, innovazione, adattamento, collaborazioni strategiche e, da un punto di vista culturale, open mindset. La capacità di costruire e mantenere una rete relazionale ampia e diversificata diventa quindi strategica per il successo a lungo termine di ogni startup.

Ho finalmente capito come mai il mondo del venture capital mi attrae e mi respinge allo stesso tempo. Mi trovavo ad un bellissimo evento dove c’era, a spanne, l’85% di uomini, quando ad un certo punto decido di raggiungere una persona con un ruolo di tutto rispetto per fargli notare che era inaccettabile quanto poco diversa fosse la sua organizzazione, in termini di rappresentanza di genere. La risposta è stata la seguente: è  una questione complessa, ci abbiamo provato e il mio team è in situazione di parità, ma purtroppo non ci sono donne nel settore! Non so perchè ma ha voluto sapere che lavoro facessi. Gli serviva forse un’altra donna? Insomma, usual Silvia, direbbero i miei amici. Nella platea c’era la mia amica F. la stessa che una settimana prima mi aveva portato ad un evento solo al femminile, dove certo ho respirato un’altra aria, ma si trattava ancora di un'aria minacciosa e carica di nuvoloni all’orizzonte, proprio come la pioggia di questi giorni. 

F. ha uno sguardo sempre sull’attenti, quello sguardo lo conosco molto bene perchè per tanti anni l’ho avuto anch’io. Il problema del femminile in ambienti prettamente maschili è che finisci con l’allearti con gli unici con cui puoi farlo perché detengono il potere, i maschi, oppure scompari. Quando non te l’aspetti inizia a diventare normale essere sempre circondata da uomini con il costante dubbio di diventare una specie di trofeo, “quella brava” (che poi è solo un’altra versione di “quella bella”). F. è quella brava e oserei dire anche quella più brava. Sono sempre più convinta che di tutta questa bravura al servizio altrui ce ne facciamo gran poco se poi pesa sul nostro stato emotivo. 

Essere brave non basta, occorre avere anche un certo livello di potere e F. finalmente l’ha raggiunto e io sono fiera di lei. Forse tra un po’ potrà anche abbandonare il suo sguardo preoccupato. Lo spero. Cosa le manca per poterlo fare? Il problema femminile in una cultura come quella italiana schiacciata dal paternalismo (che sbuca fuori da dove meno te l’aspetti) è la mancanza di respiro che genera. Il problema quindi non è di F., il problema è di tutti. 

Il contrario dello sguardo di F. è lo sguardo di un’altra amica, D., che ha invece ormai accettato, non so ancora se con gioia o con sottomissione, l’essere al di sotto di qualche cosa, l’avere una spiegazione interiore che non si può esprimere. Sembra felice nel suo trespolo, silenziosa. In entrambi i casi, mi sembra di percepire un atteggiamento d’attesa. 

La mia consolazione arriva pensando ad un momento conviviale, durante il compleanno di Clement, il fidanzato di Anne, la mia amica di Parigi. Mi trovavo a casa loro, nel 20ème arrondissement e Anne aveva preparato delle tartine. Vicino a me sedeva un ragazzo francese che raccontava cose divertenti, raccontava come nella Senna si pescassero non tanto i pesci quanto le biciclette e tutte le altre cose che giacciono nel fondo del fiume attraverso l’uso di grossi magneti. Alla fine del racconto si è poi girato verso di me e mi ha chiesto dell’Italia. Ovviamente, la mia risposta non poteva che essere sempre e solo la stessa: che l’Italia è un luogo difficile per il femminile. E lui, come molte altre persone con cui mi sono confrontata in Francia, mi ha subito compresa dicendomi “le machisme est très grave en Italie”. 

Lo sanno tutti insomma. Tutti, tranne gli italiani. E io conto i giorni in cui, finalmente, metterò di nuovo piede in un luogo dove la gente a certe cose ci arriva senza troppa fatica. Credo avverrà quando atterrerò a Charles de Gaulle tra un mese.

Per il resto, pesco con il mio grande magnete tutto questo ammasso di cose che se ne sta sotto al fiume e tiro fuori i tesori da mostrare ai miei vicini, una bici per correre più veloce e lontano da chi ti vuole costruire una cornice che non ha la tua forma, una grande forbice per recidere i pregiudizi, degli occhiali per allargare lo sguardo sulla dimensione sociale… insomma queste cose qui, niente di che. Cosa ci può essere poi là sotto, forse qualche mostro? 

Credo che la libertà sia l’unico achievement che ci meritiamo anche se ci dicono che è importante essere brave. Mi sono anche un po’ stufata, perché la bravura non sarà mai sufficiente, qui ci vuole lo sguardo dell’amico o dello sconosciuto che capisce quanto dura è per te. Forse ci vuole lo sguardo francese. E se devo pescare ancora per molto, mi sta bene. Avrò pazienza e mi doterò anche di una certa speranza. Quello che mi aspetto è vedere spuntare dall’assopimento della cultura italiana qualche mostro divertente alla Monsters & Co. 

Un mio ultimo pensiero, infine, va a ciò che sta nascosto in fondo alla Senna, che tra l’altro, ha buone probabilità di diventare balneabile a breve, con un piano da 1.4 miliardi di euro. Ci vediamo in costume, quindi, entro il 2024 di fronte ad un futuro più limpido sotto l’aspetto dell’equità. E magari, rimpiangeremo i tempi in cui ci lamentavamo tanto, come ora. Perché anche questi sono momenti di grande energia e alleanza. Di sicuro tra me, D. e F. lo sono.

*Scaleup consultant, esperta di venture capital, innovazione e leadership 

Detto, fatto, neanche il tempo di pensarci, la settimana scorsa parlavo delle cose che mi fanno arrabbiare, del purpose, del senso di iniquità in contesti prettamente maschili, dei conflitti sociali tra generazioni, vi ricordate? E adesso eccomi qui, pallida, di fronte alla questione Aborto: “Associazione in Valle D’Aosta denuncia: ‘Donne costrette ad ascoltare il battito fetale’. L’Ausl: ‘Nessun riscontro’”e la risposta della Ministra Roccella ”prassi medica sbagliata”. Analizzo la questione, la analizzo e la rianalizzo, provo davvero a comprendere che cosa sia successo. Poi mi viene in mente che stasera con l’associazione teniamo il corso di teatro e provo a vedere questo conflitto del dialogo pubblico alla stregua dei conflitti che portano in scena i miei corsisti. Tutto assume un altro significato!

Anch’io sono parte di questa scena, la questione parla direttamente al mio genere e ai diritti e libertà acquisite dalla generazione prima della mia, in particolare nel 1978. È un’arma a doppio taglio questa questione antiabortista, lo ha dimostrato Trump in America la cui unica certa sconfitta è data dai sondaggi nel caso in cui cavalcasse l’onda antiabortista, apparentemente molte donne gli girerebbero le spalle. Non stento a crederlo! 

Il weekend ho intavolato dibattiti familiari, cercando di esporre il mio livello di preoccupazione e mi sono sentita rispondere da tutti che “non è in discussione l’aborto in Italia”. Non mi è chiaro se abbiamo di fronte a noi lo stesso film, se quella ricevuta dai miei interlocutori è una dichiarazione d’intenti o se la mia è solo paura.

E forse è una domanda stupida, però permettetemi l’ardore, ma se l’aborto non è in discussione, allora perché se ne discute?

Torniamo al 1978. I Radicali italiani hanno originato la presa di coscienza collettiva nel 1975 autodenunciandosi per pratiche di aborto illegali, questo movimento poi diede luogo alla campagna referendaria antiproibizionista. La legge nasceva con l’obiettivo di evitare gli aborti clandestini. Tracce di memoria occultate, protette, ricordate nelle coscienze private, talvolta inibite, offuscate. Oggi gli aborti sono 63,653 (dato del 2021) contro i 100.000 casi clandestini nel 1978. 

Da tempo si discute per una modifica della legge del 1978 per ridurre i 7 giorni di “ripensamento” e regolare le zone grigie tra cui l’elevato tasso di obiettori di coscienza. Gli obiettori in alcune regioni arrivano all’80%, il che farebbe pensare che si tratti anche di un fenomeno regionale e culturale. 

Nel sito del Ministero della Salute inoltre, sotto la foto di una donna triste che guarda fuori dal finestrino del treno (ben diversa immagine dei canti che ho visto avvenire sotto la Tour Eiffel all’approvazione del IGV in Costituzione) leggo: “Obiettivo primario della legge è la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto attraverso la rete dei consultori familiari, un obiettivo che si intende perseguire nell’ambito delle politiche di tutela della salute delle donne.” Leggo in questo sito che c’è un’iniziativa che parla di “safe and accessible abortion” in tutta l’Europa. La Francia ha scritto in Costituzione: “la legge determina le condizioni nelle quali si esercita la libertà garantita alle donne di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza”. 

Dunque, la sfida è un aborto sicuro e accessibile, la scelta libera “my body my choice”, OPPURE prevenire l’aborto OPPURE entrambe le cose? È possibile che sia e uno e l’altro OPPURE gli obiettivi vanno in conflitto OPPURE non è importante? 

Ho qualche domanda a cui vorrei davvero una risposta nel dibattito pubblico:

  1. Quali erano e quali sono gli obiettivi dietro alla legge 1978 e come sono cambiati oggi?
  2. È o non è una velata minaccia al diritto all’aborto favorire l’inserimento dei movimenti pro-vita nei consultori? E perché non lo fosse che cosa dovrebbe accadere? In che cosa si sentono minacciate le donne, anche quelle che difendono i loro diritti? Chi sono gli interlocutori che le donne vogliono incontrare nei consultori? Esperti, neutri e non opinionated sulla questione oppure qualcuno che le aiuti a compiere la loro scelta portando punti di vista circa la scelta stessa? Cos’è davvero in dubbio qui? 

Ora quindi mi torna di più il motivo per cui se ne sta discutendo, forse c’è davvero qualcosa di cui dovremmo discutere.

Abbiamo differenti strade che ci si pongono di fronte:

  1. Quella americana “il bello e il cattivo tempo”: divieto in alcuni stati ma contemporanea paura a cavalcare politicamente l’onda antiabortista politicamente
  2. Quella francese “è in atto la rivoluzione IGV”: riconoscimento del IGV come diritto costituzionale con spinta a far riconoscere tale diritto a livello europeo
  3. Quella della Polonia “il gambero con l’acqua fredda”: dove nel 2024 a seguito di un cambiamento di rotta politica e è stato proposto il reinserimento dell’aborto fino a 12 settimane e quindi una modifica dello status quo

Oggi non parlo di Venture Capital. Perché forse reputo che sia di secondaria importanza farlo di fronte ad una notizia di questo tipo, (prima di atteggiarci a startupper siamo cittadini) però mi spiace per avervi posto in inganno con il mio titolo. 

Se volete un breve sunto della mia idea iniziale di articolo era la seguente: le startup cercano uno spazio di mercato e questo spazio di mercato si modifica anche con le tendenze vissute dalla società. Ad esempio credo oggi funzionino bene cliniche di fecondazione assistita e di migrazione all’estero per l’ottenimento della stessa. Così come non appena divenne possibile sono schizzati verso l’alto le vendite dei prodotti CBD. Tutti questi fenomeni privati cavalcano le opportunità derivanti da una difficoltà di cambiamento delle policy a livello pubblico e sono fenomeni da osservare, ma attenzione perché di fronte ad uno scenario sistemico ballerino, è difficile fare grandi previsioni e occorrerebbe ragionare in maniera più a lungo termine possibile per rispondere al bisogno sottostante, affinché non si sia posti di fronte al tentativo successivo da parte anche dei decision maker (che non hanno percepito l’urgenza del cambiamento sottostante) di ridurre i fenomeni in questione, è necessaria anche ad alcuni livelli un’alleanza pubblico-privata. In Italia manca ad esempio, come c’è invece in Francia, un ente digitale diffuso che si occupi delle prenotazioni mediche anche in regime sanitario nazionale, in Francia si chiama Doctolib e funziona molto bene e credo che se qui ci fosse aiuterebbe di molto la diffusione dell’informazione circa quali professionisti sono disponibili e con quali competenze.

Se chiunque al Ministero della Salute volesse fare il test di ragionare come una startup, prima di dichiarare gli obiettivi nel suo sito web, consiglierei di fare un sondaggio alle utenti dei consultori e agli obiettori di coscienza, che mi sembrano essere le due parti realmente in conflitto di questa triste storia, in quanto la comunicazione è sempre solo una parte del sottostante. 

Vado infine anche sulla pagina dedicata del sito della sanità pubblica francese dove in modo molto pratico si trovano tutte le modalità con le quali richiedere la IGV, le strutture che la praticano e i doveri degli obiettori di coscienza con risposte a domande come “che fare se mi rifiutano un IGV?”.

Forse il motivo per cui ci attiva molto a tutti quanti i livelli di questa questione, è che è un tema che tocca tutte come scelta individuale indipendentemente dalle visioni politiche e quindi, mobilita. E forse il femminismo che auguravo a tutti nel mio precedente articolo, da integrare nelle proprie vite, ecco che qui inizia finalmente a respirare. Ma oltre a discuterne, bisogna anche iniziare a risolvere le questioni una ad una. 

La prossima settimana, non pubblicherò nessun articolo e poi tornerò più startup di prima.

*Scaleup consultant, esperta di venture capital, innovazione e leadership 

Pensando a conflitti sociali mi vengono in mente: Vecchi contro Giovani e Maschi contro Femmine. 

La prima questione personalmente mi tocca meno della seconda, ho sempre avuto una passione per la vecchiaia e mi piace avere amici di diverse generazioni, eppure conosco molte persone che portano avanti le loro battaglie.  Certamente, avranno i loro buoni motivi. La seconda, invece, mi fa ribollire il sangue. In tutto, mi sento di avere lottato contro il sesso opposto. Fin dalla quinta elementare quando Federico, il mio compagno di 8 anni, da amichetto divenne improvvisamente mio acerrimo nemico. Posso partire, quindi, dalla mia esperienza Maschi contro Femmine: di sicuro c’è una parte della mia storia personale - a partire da Federico - fino a una “lista-di-altri-1000-nomi” che raccontano questa mia lotta. Una lotta che mi ha portato e mi porta sempre qui, alle questioni di genere. 

All’origine, credo vi sia anche una profonda insoddisfazione e senso di iniquità che mi è capitato personalmente di provare in contesti prettamente maschili o in generale durante quasi ogni confronto con il maschile. Quando realizzai che non ero la sola a provare queste sensazioni, ma era un fenomeno diffuso in tutto il mio paese, decisi felicemente nel 2021 di andare in Francia, dove era tutto meglio da questo punto di vista.  Sono poi ritornata in Italia, non so sotto quale stella, ma credo si chiami Rientro dei Cervelli. 

Nonostante mi lamenti continuamente di questa questione del femminile, io, alla fine dei conti, sono stata accettata quasi ovunque e ne sono grata, ma ancora non mi basta.

 Quante cose vuoi Silvia? 

Troppe evidentemente, perché non è per me soddisfacente vedere che la questione femminile non sia risolta a livello sociale. 

La parola qui è purpose e questo mio racconto personale credo possa essere un modo efficace di descrivere quella spinta che porta un gruppo di persone qualsiasi a voler fare un’azione nel mondo, ad esempio tramite la messa in piedi di iniziative imprenditoriali, anche in senso lato, quindi iniziative di leadership. Se non c’è un fuoco, e anche, da un certo punto di vista un conflitto, non c’è tutta questa spinta, o sbaglio? Una delle prime domande quindi quando incontro un imprenditore (o imprenditrice, anche se, è purtroppo statisticamente meno rilevante usare il femminile) è “perché?”. Perché vuoi fare questa cosa qui? Perché non un’altra? 

La sfida subito successiva è invece la capacità della persona, imprenditore o imprenditrice, ad ampliare il suo purpose rispetto a quel nucleo originario grazie all’aggregazione che avviene con altre persone che si accostano alle origini di un progetto. Quindi la capacità di rinuncia, anche, rispetto a quella spinta così forte iniziale per l’evoluzione del progetto che nel frattempo da “il suo” è diventato “il loro”. 

Startup è quindi molto più plurale di quanto si creda, abituati come siamo a identificare una realtà con la persona che la guida. Per portare un esempio differente, conosco una realtà dove i clienti per riferirsi a quella realtà non dicono più “L’Azienda X” ma “i ragazzi di Nome Azienda”. Trovo questa cosa molto interessante perché in qualche modo fornisce elementi in grado di sanare il primo dei due conflitti sociali, presentati all’inizio di questo articolo.

Allora, forse, ci sarà anche per me un momento in cui la seconda questione che mi sta molto a cuore verrà risolta a livello sociale? Al momento, non credo. E davvero, vorrei starmene a sorseggiare un Saint Germain Spritz in Place de la Concorde, rispetto a stare qui a parlare di femminismo in Italia, ma se non lo faccio io, insieme a tutte quelle che possono farlo, chi lo deve fare? 

Consiglio quindi a tutti i lettori di questa rubrica letture, vite e figli femministi. Ricordo che la parola femminismo è nata in contrapposizione alla struttura patriarcale della nostra società che è ormai al suo capolinea, oltre ad avere stufato anche le capre, che, per come me le immagino io tranquillamente a brucare l’erba, non si stufano quasi mai. 

Io dal canto mio, invece, qui vi saluto, perché sto ancora cercando di capire a cosa devo rinunciare per far evolvere questa mia battaglia da mere lamentazioni a qualcosa che sia anche d’altri e a volte, se ci penso, mi dico che dovrei rinunciare al mio spirito di guerra sociale. Quando ho questo pensiero poi mi dico anche che, nel dubbio, è meglio scrivere o darsi alla noia, magari qualcosa di buono ne uscirà. Ecco quindi il fumetto che, con le mie poche doti in disegno, ho creato.

*Scaleup consultant, esperta di venture capital, innovazione e leadership 

La volta scorsa nella mia newsletter ho scritto che avrei parlato di privilegio. È un argomento molto complicato, ma ci proverò. 

Il privilegio è invisibile ma anche tangibile e radicato. Inoltre, è interpretabile.

Partiamo dal negativo del rullino: basta essere tra quelli che si definiscono intellettuali, aborrire il denaro (perlomeno apparentemente) per essere parte di un'élite culturale. Basta essere un founder che ha raccolto denaro per essere parte di un’élite imprenditoriale, basta essere nato in una certa famiglia, in un certo luogo. Eppure, allo stesso tempo, basta anche non essere parte di qualche cosa per esserne e/o sentirsene esclusi. 

Mi è capitato di studiare il fenomeno dei populismi e comprendere che l’astio generalizzato nei confronti di gruppi ai quali si sente di fatto di non appartenere è all’origine di una visione distorta del privilegio che invece potrebbe essere sinonimo di responsabilità con riferimento al proprio gruppo di appartenenza. Non voglio con questo dire che talune élite non esistano o che non escludano sistematicamente alcuni gruppi e che ciò non abbia un impatto sistemico, anche molto grave, in alcuni casi. Ma se si guarda davvero alla fonte, la questione scatenante non è il “classismo”, che risiede nell’ambito dei pregiudizi, quanto l’inconsapevolezza e la mancanza di vasi comunicanti, l’altra faccia del classismo. 

Chi spara a zero sul privilegio non è consapevole prima di tutto del proprio. Il concetto di privilegio (di qualsiasi tipo) si sposa e si intreccia con il concetto di gruppo e il concetto di appartenenza e, se si è in grado di vederlo e di riconoscerlo, è possibile accrescerlo di nuovi significati. Se si lascia spazio a questa percezione si scoprono numerose questioni interessanti, ma ciò richiede dialogo e attenzione (che, come diceva Simone Weil, è la forma più rara di generosità).

Alcune volte rapportarsi al privilegio con categorie morali negative a priori, significa aver sviluppato quella forma di non riconoscimento di vantaggi che l’altro potrebbe avere in quanto esclusi a noi. Questa emozione ci tocca personalmente (chi più chi meno) perché ricade nella sfera dell’invidia. Il volere, cioè, che l’altro non abbia ciò che a noi è precluso. Il concetto sociale di invidia rappresenta una problematica molto complessa e su questo aspetto consiglio un libro particolarmente interessante che potrebbe far cambiare percezioni troppo scontate in questo ambito: “Cenerentola e le sorellastre”.  Credo quindi che occorra davvero grattare la superficie e analizzare cosa c’è sotto ai pregiudizi e alla concezione negativa di privilegio o all’invidia. La bella notizia è che, forse, c’è qualche cosa là sotto.

Gli esseri umani trovano sempre nuove regole (quindi nuovi linguaggi) per includere elementi estranei in gruppi consolidati oppure per generare nuovi gruppi e quindi inventano le regole del gioco con le quali si può partecipare o meno alle iniziative del gruppo in questione, di fatto prendendovi parte. Queste regole giustificano gli interessi o le ambizioni di quel gruppo e lo espongono anche alle ambizioni e interessi di altri gruppi, contrastanti oppure simili. Nel primo caso si ha competizione, nel secondo alleanza, nella maggior parte dei casi un mix. Per esempio, pensando al linguaggio, la meritocrazia rappresenta una di queste regole del gioco per definire l’appartenenza ad una certa élite educativa, ne parla Michael Sandel nel suo libro dove invita a non dare per scontata la bontà della meritocrazia. 

Ma, tornando alla domanda iniziale, come mai se è così palese, è anche così invisibile, il privilegio? Quale componente più luminosa del negativo del rullino ancora non visualizziamo?

Io credo che l’altro lato della medaglia del privilegio sia l’appartenenza; poco sotto spiegherò perché è estremamente rilevante anche nel mondo venture capital, che dal mio punto di vista è un gruppo che, per via di alcune caratteristiche, ha un elevato potenziale di potersi arricchire in termini culturali.

L’appartenenza spiega in modo meno pregiudizievole il funzionamento dei gruppi umani complessi, però va compresa. Per comprendere che cos’è l’appartenenza basta osservare uno dei gruppi a cui si appartiene e fare le considerazioni relative a ciò che ci lega profondamente a quel gruppo. Esplicitare la propria identità in termini di appartenenza talvolta può aiutare nel permettere di evolverla. Questa costellazione di relazioni è ciò che ci “dà forma” e ci fa muovere nel mondo. 

Ecco qui un esercizio semplice:

Tra i miei gruppi di appartenenza ad esempio ci sono la scrittura, il teatro, Noventa, la famiglia nella quale sono cresciuta e la Francia. So che quelli sono i legami più forti che possiedo, poi ce ne sono molti altri, tra cui ambienti “meritocratici” o startup, l’ambito politico, la mediazione (dove ho uno spazio di azione). E comunque, spero così di avere specificato la differenza tra l’appartenenza e il fare parte di “qualche cosa”. 

Un giorno ho sentito una bella frase di Ginevra Elkan che diceva: “ad un certo punto ti rendi conto da dove vieni e dove vuoi andare”. Ogni tipo di privilegio è anche una responsabilità e sapere da dove si viene è fondamentale per avere la libertà di andare verso la creazione della nostra personale costellazione. 

Non vorrei certo imporre ai poveri lettori di questi articoli e newsletter uno dei miei momenti “Silviathustra”, però credo che sarebbe davvero generatore di serenità per tutti il ricominciare a guardarsi i piedi e capire dove appoggiano e in che luoghi desiderano camminare. Si parla spesso di purpose, ma di cosa si tratta? Secondo me senza sentire dove poggiano i tuoi piedi non sai dove è il purpose

Quasi dimenticavo, nel mondo venture capital è fondamentale comprendere le appartenenze e vedere il positivo del rullino o la foto stampata con la congiunzione delle due cose. Ovvero, essere consapevoli che ognuno di noi porta delle peculiarità e che il privilegio è anche poter attingere a fonti diverse e complementari. In termini identitari, una startup è un gruppo che vuole creare nuove alleanze e nuove regole e che non è composta da robot (al massimo li produce se è nel settore della robotica) ma da esseri umani che hanno le loro appartenenze di provenienza e che, anche, usano il privilegio che possiedono o che sviluppano per avere un certo impatto nel mondo in linea con le appartenenza degli individui coinvolti. 

Essere quindi consapevoli dei confini entro i quali ci si muove è di grande valore per una realtà che deve essere quanto più cosciente del proprio percorso di sviluppo per dosare opportunamente la definizione dei propri confini, per preservare la sua conservazione e per affrontare il cambiamento. Essere consapevoli dell’impatto che può avere tutto ciò significa benefici per tutti. Forse, anche quelli che stanno là fuori da più tempo. Perché come dice qualcuno di mia conoscenza, quella dell’appartenenza è una vocazione dell’essere umano. Bisogna deciderne solo che farne. 

Dedicato ai miei amici, ricchi di spirito. E anche ad un mentore che mi disse che il mio continuo blabla era un chiaro tentativo di scrittura. Chi l’avrebbe mai detto, forse non ero pienamente consapevole nemmeno io di appartenere a quel gruppo di persone che per esprimersi, scrivono. 

*Scaleup consultant, esperta di venture capital, innovazione e leadership 

Dopo questo titolo ho già mal di testa. 

C’è una questione importante che mi aggroviglia la testa mentre abbozzo questo articolo sul lettino del mio dentista, concentrata sulla mia protesi della mano, il cellulare. Ma di cosa si tratta? La questione è che le cose sono complesse, eppure talvolta possono anche essere semplici. Ok, è venuto il momento di lasciare il cellulare, l’assistente mi guarda in attesa.

Eccomi di nuovo qui, ancora con qualche effetto dell’anestesia del dentista. La mia illuminazione sotto i ferri e sotto le luci di questa spiacevole operazione è risolutiva. Quando c’è una sfida rilevante in termini di cambiamento di un gruppo non si può evitare di andare in queste due direzioni: verticale, per cercare di risolvere una tematica; orizzontale, per cercare di connettere i puntini; ancora verticale, cioè tornare ai dubbi avuti in precedenza; ancora orizzontale, per trovare soluzioni alternative. E via così…

Verticale, orizzontale, verticale, orizzontale. 

Anche io recentemente mi sento tra queste due traiettorie. Ad esempio, nei miei articoli del martedì, mi fanno notare che devo essere sintetica, qualche amico mi dà degli spunti, e poi torna martedì e devo di nuovo scrivere, sintetica e spunti, sintetica e spunti, la prossima volta ci sarà sicuramente qualcos’altro da integrare. 

Vorrei capire come il mio interesse per le analisi sociali si connette a questo strano verticale abitato da startupper che cercano di risolvere questioni specifiche. Vorrei capire dove sta l’intersezione con tutti gli incontri intellettuali che faccio (incontri di vario tipo, con i libri o con le persone) e che mi appassionano molto, dove lo sforzo è cercare di analizzare questioni sociali, puramente orizzontali. 

Se ciò che è politico è anche personale, anche ciò che è verticale è forse sempre anche un po’ orizzontale?


Faccio un esempio. Tutte le startup vogliono risolvere problemi vissuti dai potenziali clienti, con uno scopo opportunistico, di solito la crescita. Ogni gruppo ha i suoi scopi. Nel comunicare agli investitori c’è sempre la slide sul problema e su come la startup si propone di risolvere quel problema specifico vissuto dai potenziali clienti anche per questioni sociali. Ciò che interessa all’investitore nelle prime fasi è la capacità intellettuale di spacchettare il problema. Le soluzioni sono collegate non solo al modo migliore di risolvere quella problematica (innovazione, execution, orizzontale, verticale…) ma anche, udite udite, dipendono da quali sono le diramazioni delle tematiche sociali sottostanti. Ci sono in essere modalità alternative per risolvere quel problema? Modalità che esulano dalla tua idea imprenditoriale? Quale è davvero il problema? Quali sono i suoi pezzetti? 

Mi sembrano ottime domande da porsi perché si realizzi un’intersezione inaspettata nel nostro cruciverba: la parola “IMPACT”. Ecco che quindi ho riassunto dove sta la vocazione all’innovazione sociale nelle startup. Ogni iniziativa verticale ha un impatto orizzontale, ogni idea di disruption ha un effetto sociale e ogni problematica sociale ha delle diramazioni. E il modo peggiore per avere un impatto è quello di non essere consapevoli dei puntini creati. 

Forse, ecco, gli startupper dovrebbero imparare a essere un po’ meno naïve e non dare sempre per scontato di stare salvare il mondo, ma piuttosto dare un contributo consapevole al suo sviluppo, essendo tra gli attori (non gli unici) che si occupano intellettualmente di spacchettare alcuni problemi con un impatto sociale. 

In definitiva dal mio lato del tavolo, annerisco le caselle, come nelle parole crociate al mare quest’estate, e trovo il modo migliore per comunicare tutto quello che ho pensato sotto alle mani esperte del mio dentista di fiducia, sperando sempre nelle intersezioni inaspettate e nel trovare le parole giuste. Ma forse, si tratta di un lavoro di una vita intera. Forse, il vero punto è non smettere con questo moto.

*Scaleup consultant, esperta di venture capital, innovazione e leadership 

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